6 motivi per cui la gente non si caga i Black Sabbath del periodo 1983-1995

Certi amori non finiscono, fanno giri immensi tra i marciapiedi di una strada statale e poi ritornano. I Black Sabbath, a breve, dovrebbero fare uscire l’ultimo disco che chiude la loro carriera di oramai quasi mezzo secolo. Gli storici esordi fino agli ultimi dischi appannati dell’era Ozzy, l’acclamata (per quanto diversa) prima era di Ronnie James Dio. Poi nel 2013 tornano con i riflettori puntati grazie al disco 13, buon album di reunion, nonostante sia falcidiato da una produzione orribile di Rick Rubin. Le recensioni sono state così buone come, in realtà, non furono nemmeno nei primi anni di carriera, quando la band praticamente costruiva l’edificio dell’Heavy Metal a colpi di riffs e la stragrande maggioranza della critica li bollava come “i Cream più rumorosi” ( Lester Bangs ogni tanto prendeva cantonate clamorose, ed era un grande anche/soprattutto per questo).

Ma in mezzo? Ci sono 12 anni di attività discografica (prima della parziale resa nel 1995) e ben 8 dischi. Otto. Roba che gli attuali Tool ci metterebbero tre reincarnazioni per arrivare a tale quota.

Ma allora perché questo periodo 1983/1995 è caduto quasi totalmente nell’oblio, nonostante le figure di spicco che si sono comunque avvicendate dietro al microfono, in cabina di regia e tra i line check dei concerti? Proverò a farne una personale sintesi delle cause, organizzandole in sei punti e confrontando, di tanto in tanto, la loro posizione con quella della carriera solista di Ozzy, in quegli anni eterno rivale dal punto di vista psicologico o quanto meno mediatico.

1) Troppi frontman ad avvicendarsi al microfono:

Ian Gillan, David Donato, Jeff Fenholt, Glenn Hughes, Ray Gillen, Tony Martin. Già senza contare il ritorno di R.J. Dio per un solo album, ci sono abbastanza elementi da farne quasi un talent show contemporaneo. Dei sei citati nella lista, solo tre saranno effettivamente i cantanti di almeno un disco dei Black Sabbath, gli altri sfortunati protagonisti del “per te Miss Black Sabbath finisce qui” saranno ulteriori tasselli utili a creare più confusione tra i fans della band negli anni. Basti solo pensare al tour del 1986: Hughes licenziato dopo appena 5 date perché spaccato ammerda con la bamba, sostituito in corsa da uno sconosciuto Ray Gillen. Considerando l’assonanza di cognomi e il fatto che si viveva ancora in un mondo senza l’informazione internettiana, non era di rado capitava che la gente andasse ai concerti pensando che Ian dei Deep Purple fosse ancora nel gruppo.

2) Tony Martin è bravo, ma aveva il carisma di un paralume.

Di questi otto dischi, la metà sono con Martin alla voce. Facendo quindi un ragionamento meramente discografico, Tony è il secondo cantante più longevo dei Black Sabbath. Una voce grandiosa, un R.J. Dio senza i vibrati troppo solenni, uno che canta così in un video live nonostante un’infezione alla gola per me meriterebbe già tantissimo. Il problema riguardava l’impatto scenico: soprassedendo alla somiglianza visiva di un mix tra Bono anni ‘80 e l’attuale Pino Scotto, sul palco era mobile come un giocatore di bilardino di centrocampo. Cioè andava a stento un filo ai lati del palco e poi “rimbalzava” nuovamente al punto iniziale. Non potendo nemmeno contare sulle pose statuarie di Ronnie, né del suo illustre curriculum. Una bella fiamma senza la candela stabile. A cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, la componente estetica aveva sottolineato la sua importanza anche in luce dell’avvento dei videoclip, l’esplosione commerciale delle fanzine e riviste. E il povero Tony non bucava lo schermo nemmeno se ci inciampava dentro. Per quanto è importantissimo ricordarne la sua fedeltà al progetto: sostituito da Dio nel 1992, tornò a rimpiazzarlo appena un anno e mezzo dopo senza fiatare. Ma forse è stata anche questa sua attitudine da eterno secondo ad aver pesato sulla sua carriera.

3) La presenza poco costante di Bill Ward e Geezer Butler
La perdita di Ozzy dal nucleo del progetto nel 1978, fu ovviamente un duro colpo per la Fanbase. Ma anche i continui abbandoni degli altri due membri originali della band non furono certo un toccasana per le sorti del collettivo. Considerando il parziale addio durante le session di “Heaven and Hell”, il numero dei congedi di Geezer ammontano a 4 in 15 anni. Tra le cause ovviamente c’era spesso la scarsa fiducia riguardo la funzionalità del progetto e l’istinto di voler suonare in giro per il mondo canzoni che teneva da parte da anni. L’aggravante fu quella di essere passato due volte alla parte del “nemico” Osbourne. La prima è testimoniata dall’EP “Just Say Ozzy”, che rimane (a mio giudizio) la miglior performance onstage solista del principe delle tenebre senza Randy Rhoads. Il batterista Bill Ward invece era preda dei suoi alcoolici demoni interiori, tornato in “Born Again”, lo si rivedrà nei credits di un album direttamente per il live “Reunion” del 1998.

3) Le mosse del Marketing hanno sempre fatto schifo.

Sharon ha praticamente salvato Ozzy da una carriera da “former member of”, circondandolo di professionisti in tutti i campi: dai musicisti, ai giornalisti, fino ai gruppi con cui suonare nei tour. Dai Whitesnake ai Metallica, ha permesso al vocalist di farsi conoscere dalle nuove generazioni di Rockers e Metallari, favorendo anche un ricambio generazionale notevole. Fino a che non ci fu abbastanza risorse per organizzare un festival tutto proprio: l’Ozzfest. Vera culla che accolse l’intero Nu e Alternative Metal nascente alla metà degli anni 90. Cresciuti a pane e Sabbath ma, in quel caso, sotto l’egida di un solo membro dei quattro. Quello che era stato il più furbo.

Il paragone con i restanti Black Sabbath è quasi impietoso: un contratto per la I.R.S. Records  per 5 album e un live che ebbero una promozione effimera e una distribuzione sterile. E se il disco non lo trovi al negozio, le vendite non saliranno mai, ovviamente i promoter dei concerti agiranno di conseguenza. Inoltre l’80% dei compagni di tour era scelto in base a colleghi coetanei e spesso da settori prog-rock o dell’Heavy Metal vecchio stampo. Persino i dettagli a prima vista più marginali come le copertine o il logo della band non presentavano un legame di continuità tra di loro, dall’altra sponda c’era una malizia anche in tal merito . Nel tempo, il nome Ozzy era diventato un brand di lusso per il mondo del metal. I Black Sabbath invece erano spesso ridotti mediaticamente alla figura del suo baffuto musicista e alle citazioni di gruppi grunge e groove metal che li infilavano nelle proprie cover ed interviste.

4) L’abuso del Moniker

Secondo quanto appreso dalla biografia del chitarrista, “Born Again” e Seventh Star sarebbero dovuti uscire sotto un altro nome. Non quello di Black Sabbath. Il secondo soprattutto contiene una precisazione involontariamente tragicomica “Featuring Tony Iommi”. In luce delle considerazioni fatte più sopra, è come trovarsi tra le mani un pacchetto di Amica Chips con un bollino più piccolo accanto al logo, con la scritta “contiene patatine”.
Ma si sa, l’etichetta preferiva il nome della band madre sulla stampa. Ed è anche la ragione principale che portò Tony a firmare per la più modesta I.R.S Records subito dopo, almeno gli garantiva il pieno controllo del suo materiale. Elemento che è sempre rimasto come sua primissima priorità.Moralmente, “Seventh Star” dovebbe essere appoggiato nello stesso scaffale assieme agli energici The 1996 DEP Sessions e Fused. Due dischi sopra la media di questo periodo Sabbathico, composti però sempre assieme a Glenn Hughes. Altro che merchandise, il signor Iommi sul suo sito ufficiale dovrebbe vendere ad altri musicisti i suoi Riffs di chitarra rimasti inutilizzati, al chilo. Proprio come in un supermercato, con i guantini trasparenti e le bilance che ti danno l’adesivo da applicare sopra allo spartito imbustato.

5) I video osceni

Sì, rientrano nel punto 3, ma meritavano un capitolo a parte. Ozzy non è che abbia mai realizzato chissà che capolavori di videoclip, ma spesso erano così trashosi da risultare epici o comunque far notizia (indimenticabile Shot in the Dark con lui che sembra un deambulante albero di natale di un centro commerciale, roba talmente illegale che l’han rimossa da YouTube). Mentre la bruttezza di alcuni clip dei Sabbath resta docilmente nei confini della vergogna senza invadere altri settori. Zero the Hero sembra narrare le vicende di un improbabile uomo domopack, portato all’interno della fattoria de “Il mulino bianco” con tanto di Rosita e un Banderas un po’ in versione Notre-Dame. Trashed resiste sul settore nonsense, approfondendo la serata di un tizio che ha una sbronza e litiga con degli Zombie centrometristi e statue strabiche. Saltando di palo in frasca, si passa alla ballatona No Stranger to Love in cui si giocano la carta del video a la Bon Jovi, con tanto di Glenn Hughes in modalità “Jack Black imbottito di Crescina” e Tony Iommi nel ruolo dell’amante respinto, che cela tutti i suoi rimpianti dietro al baffonazzo Moretti. Il tutto condito tra batteristi in pose plastiche e un cane che non supererebbe i controlli dell’antidoping.

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6) Questioni di proposta musicale.

I Black Sabbath hanno ceduto all’appeal dei brani Rock Aor più nei singoli che negli album in sé. Hanno pagato una piccola “spersonalizzazione” della propria identità senza però guadagnarci ai termini di classifica. Infatti nessun estratto promozionale di questi anni è realmente sopravvissuto allo scorrere del tempo. Diversi di Ozzy invece sì: “Bark to the Moon”, “Mama i’m Coming Home”, “No More Tears”. La differenza sostanziale è che il cantante si limitava spesso a ripercorrere settori Pop/Metal addomesticato a sfondo macabro, mentre i Black Sabbath conservavano l’ingenuità di fondo di Iommi, nel voler consegnare un prodotto Heavy che non per forza rientrasse nello stampino: Tyr ad esempio è un album che rispecchia temi di mitologia nordica e ha un pizzico di epicità nel songwriting, “Born Again” è invece un lavoro grezzo e sborone. Credo che per riassumere la carriera del principe delle Tenebre di quegli anni, mi basterebbe un Greatest Hits; mentre per i Sabbath rimarrei più “costretto” alla forma base dell’Album, nonostante non tutti siano meritevoli e alcuni con evidenti filler.

Altro elemento fondamentale per analizzare il periodo musicale, riguarda la rilettura dei brani storici del nucleo originario della band: si è tanto discusso sul gusto dolce/amaro di ascoltare una War Pigs cantata da J.R Dio o Paranoid eseguita con Gillan. Su come sembrino effettivamente diversi questi brani quando NON interpretati dalla voce dello storico cantante della formazione. È vero, perché quel timbro vocale è inimitabile e tra i più imitati in decenni di Metal. Però ascoltando “Live Evil” o “Cross Purpose Live” o il secondo disco di “Born Again” della deluxe edition, emergono comunque performance sempre di gran caratura qualitativa e ricche i personalità. Ozzy, nonostante Randy oppure Zack, invece tenderà a riproporre i medesimi brani come fossero delle cover. Magari buone ( l’EP di cui parlavo) cover, ma sempre tali rimarranno. Sarà che, alla ricetta base, mancheranno sempre due protesi. L’emblema in negativo di questo discorso è inciso in “Speak of The Devil”, disco live di Osbourne uscito nel 1982 con il solo scopo di contrastare l’album dal vivo dei suoi ex compagni e per adempiere a degli obblighi contrattuali. Va in scena una performance piuttosto scadente e dai suoni che oserei definire “bidimensionali” della sezione ritmica e dalle chitarre poco sostanziose. Addirittura tre brani vennero aggiunti dopo, registrati in una performance a porte chiuse e con il brusio del pubblico aggiunto durante il mixaggio. Questo perché lo stesso entourage si era accorto dello scarso valore della performance, che parzialmente possiamo anche attribuire ad una delle lineup meno ispirate della carriera solista del cantante.

7) ehm

0) ….E in conclusione?
Ci sono sicuramente album da rivalutare in questo periodo buio, ma è bene specificare che non tutto il materiale è da riportare in pompa magna. Né ora e né quando qualcuno dei sudetti tirerà le cuoia. Ad esempio Forbidden si autoidentifica, è un album da vietare a tutti i costi: produzione sconsiderata del chitarrista dei Body Count, Ernie C, che rende le chitarre spesse come un foglio di carta velina. Inoltre presenza del Rapper e suo collega Ice T è pertinente come Cristiano Malgioglio al Gods of Metal ed infine gli arrangiam…No, in realtà per commentare il disco basterebbe il primo punto: un album dei Black Sabbath senza riffs che ruggiscono a dovere, non può definirsi riuscito. Mi auguro che prima o poi Tony decida di ri-mixarlo daccapo, perché i Rough mix fanno ben sperare.

Anche Cross Purposes è un LP che non merita particolari inviti al riascolto, si dimostra piuttosto scarico, con co-autori che arrivano ancora più appagati ( c’è Van Halen nella traccia “Evil Eye”, anche se non è creditato per problemi con la Warner) e The Eternal Idol ha buoni spunti, affogati dalle divergenze della line-up. La musica era infatti scritta su misura per la voce di Ray Gillen, che però abbandonò le session ad album praticamente concluso e giunse Tony Martin semplicemente cantarci sopra.

Le opere che invece meriterebbero un’approfondita e nuova analisi sono sostanzialmente tre.

A) Born Again: forse il migliore del periodo. Che importa se la copertina sembra la versione demoniaca di “New Life” dei Depeche Mode, quando ti servono sul piatto d’argento 9 tamarrissime canzoni Hard Rock dall’attitudine punk, che viene sublimata da una produzione involontariamente efficace? Perché essa mette in luce un basso pulsante e corposo, preso ogni tanto a coltellate solistiche da una chitarra acida e grumosa, a volte in secondo piano. Fatta eccezione per “Digital Bitch” e chiudendo un occhio sui testi (Ian, si sa, parla di patata e automobili) si parla di un signor lavoro, zozzo al punto giusto. Ascoltato “normalmente” non mi da le stesse sensazioni.

B) Dehumanizer: è uno degli album con i migliori suoni chitarristici di Iommi. La chitarra è registrata in maniera accuratamente bilanciata: i riffs sono taglienti e gli assoli squillanti (“Tv Crimes” picco indiscusso). È un album più diretto rispetto agli altri due con R.J. Dio, Heavy Metal crudo ed essenziale. Ispiratissimo Geezer, che porta un po’ di songwriting tenuto da parte negli anni (“Master of Insanity”, fu anche singolo) oltre al suo groove che ben si lega con la classe Zeppeliniana di Vinny Appice, forse il miglior sostituto a Bill Ward, nonostante alcune buffe stranezze . Nessuna strumentale, un gran numero di brani ma nessun filler. L’unico neo è la copertina, che sembra un Dylan Dog di quarta mano.

C) Headless Cross: Il migliore dei quattro con Tony Martin. Gli manca un opener veramente incisivo del calibro di “Anno Mundi” ( che è il fulcro del buon Tyr), ma il chitarrista mostra di aver imparato dagli errori del disco precedente, confezionando un disco solido ed evocativo per il timbro di Martin. Headless Cross riesce a convincere nonostante strizzi l’occhio al Rock patinato in qualche occasione (“Call of the Wind”), ma da il meglio di sé con le due tracce conclusive: la ballad dal retrogusto bluesy, “Nightwing”, e i virtuosismi su sei corde in “Black Moon”.

Sarebbe immaginabile terminare con una ulteriore sviolinata a Iommi, in realtà l’ultimo pensiero dell’articolo è dedicato anche a questo giro ad un Outsider: Geoff Nicholls. Gregario di lusso a cui Tony produsse il disco con i Quarz ( band di medio valore NWOBHM) e che rimase legato per circa 15 anni ai Black Sabbath dal 1980, alternandosi dal basso alle tastiere in tutte le mutazioni della line-up, senza battere ciglio. Per poi essere definitivamente congedato nel 2000.

Rimarrà il simbolo di una serie di turnisti e rimpiazzi di ruolo che hanno recitato la propria parte nel momento in cui gli spettatori erano pochi e il prezzo, da pagare, era invece alto.

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