Tu riesci ad immaginare un mondo senza David Bowie?

Tu ci riesci ad immaginare un mondo senza David Bowie?

Lascia perdere tutti i links, gli articoli, i tribute che si stanno accalcando dietro al tuo schermo.

Lascia stare quindi persino questo articolo.

Ci riesci?

E se riesci, in che veste lo identifichi in questo momento?

È, banalmente, Ziggy che scappa via da dall’Hammersmith Odeon il tre luglio 1973 dopo Rock and Roll Suicide?

È il suo alterego americano, Aladdin Sane?

È Halloween Jack che ulula in Diamond Dogs?

È la statuaria foto nel periodo Thin White Duke?

È lo…

È…

È.

Io credo che l’essenza di David non sia su un palco, ho sempre pensato che Bowie sia stato (e continui ad essere) come sfogliare, leggere e sottolineare un libro sonoro. Ognuno, nel proprio intimo, ha un’idea del Duca diverso da chi gli sta accanto. A prescindere dal fatto che la persona in questione abbia a casa i ventotto album sull’attenti accanto al proprio stereo o meramente solo suonato “Rebel Rebel” con la chitarrina del guitar hero su Playstation.

Dalla copertine di “…Hours” al video di “Love is Lost”, passando per ogni sua incarnazione, ha assistito così tante volte alla “fine” dei suoi alterego, che alla fine ora mi riesce quasi naturale pensare che si fosse messo d’accordo persino con la morte. Per stipulare una sorta di patto simbolico che gli desse il tempo di un ultimo compleanno, l’album che sigilla la qualità della discografia ( In cui i dischi brutti adesso mi sembrano quasi fatti apposta, per stabilire un’unità di misura profonda rispetto al bello del suo catalogo, come lanciare un sasso per vedere quanto il pozzo sia profondo), gli ultimi due videoclip ( nella title-track si intravedeva il Major Tom come scheletro ingioiellato, “Lazarus” parla da solo. Adesso.), per sorprenderci un ultima volta. Forse.

Al punto che, penso, vivrò tutta la mia vita sul “chi va là”, immaginando che potrebbe aver programmato una serie di dischi in cadenza quadriennale da adesso fino al prossimo secolo. Oppure che tutto questo sia il semplice trailer per il famoso ultimo concerto di addio alle scene, in streaming da una navicella spaziale, da seguire con un casco per la realtà virtuale. Lo reputerei legittimo. Perché lui è David. Non fa Marketing, è il Marketing che semmai ogni tanto Bowieggia. O almeno tentava. Perché non mi viene in mente più nessuna figura che riesca a coniugare qualità musicale e strategia come ci riusciva lui. A prescindere dalle etichette, musicisti, produttori. Tutto cambiava, ma lui rimaneva sulla cresta dell’onda. La personificazione della bellezza che non si fermava al senso estetico del termine, né aveva bisogno di farsi vincolare da una serie di parole del dizionario.

Fammi il nome di un musicista deceduto verso la terza età che conservava alle sue spalle tanto Hype un paio di giorni prima della morte, da non far sembrare che oggi tutti si siano improvvisamente ricordati di lui, come sempre accade in questi casi.

Non lo trovi

Fammi un nome di un “dinosauro” del rock che, alla sua età, ha messo in fila due capolavori così, uno appresso all’altro. Senza tour, né interviste o reali apparizioni mediatiche ufficiali.

Non ci stai più nemmeno provando.

Dammi il nome di un musicista del suo calibro che riesce a tenere in silenzio l’annuncio di un suo ritorno discografico dopo circa dieci anni, nell’era dei sopraccitati social: in cui l’indiscrezione è sempre la goccia che riesce ad evadere anche dalla crepa più stretta.

Non c’è.

Per questo te lo richiedo: ci riesci ad immaginare un mondo senza David Bowie?

Lo stesso mondo che lui ha già venduto nel 1970?

Se ci riesci, che forma ha? È forse mollo, rotondo e trasparente, simile alla lacrima che mi ottenebra una parte dell’occhio destro e non mi fa nuovamente vedere se sto andando accapo nel documento word o sto pigiando a caso, inventando un nuovo linguaggio stile Warzawa?

È inquieto? Come le decine di messaggi che in un paio d’ore sono arrivati un po’ dappertutto (Facebook, Whatsapp, Vodafone) da persone care, che mi conoscono bene e con cui magari ho condiviso sue briciole.

Ma forse è lo stesso mondo di prima, solo molto più prevedibile. Che cede un/il pezzo di storia musicale enorme, facendomi rabbrividire solo al pensiero di quanto sottile diverrà ancora questo mosaico nell’arco dei prossimi venti, venticinque anni. Nessuna tessera di esso però riuscirà a farmi star male come quella che si è congedata oggi, perché era essa stessa un quadro a sé. Un affresco 1966-2016: 50 anni che potresti mettere in mano ad un alieno se, parafrasandolo, cadesse oggi sulla terra senza sapere la minima concezione base della musica moderna di noi umani. A prescindere dagli infiniti ricordi che ho cuciti stretti sui suoi pentagrammi, quale modo migliore di spiegare ad un novizio il Pop, il Glam, l’elettronica di tre generazioni (da maestro nella trilogia berlinese e da nuovo studente negli anni 90), il Proto-punk, il Soul in formato plastic e vivido unito al Jazz, il Rock dalla forma cantautorale fino al quello che chiamiamo buffamente “alternative”? Per me Bowie è stato un anche un docente. Di una classe affollata come mille aule della facoltà di Giurisprudenza de “La Sapienza” di Roma, moltiplicate per infinito.

Ha insegnato senza dover mai alzare la voce, perché, se entrava in aula, lo vedeva anche il tuo orecchio. In buona pace anche dei testardi detrattori e la loro cantilena del “non ha inventato nulla”, come se l’arte si dividesse meramente tra la corsa a depositare un brevetto e la mera emulazione per tutti gli altri. Fantasticate la scena di uno Scaruffi qualsiasi a pontificare certe chiacchiere dinnanzi ad uno a caso tra Lou Reed, Iggy Pop o altri artisti che hanno dovuto proprio al Duca la propria rinascita solista. Oppure immaginatelo attorniato dagli ospiti presenti nel concerto del 9 gennaio 1997 a New York per i suoi cinquant’anni, magari intenti a chiedere al buon Piero se volesse anche lui una sana fetta di torta. Poco più di diciannove anni dopo riesce a rendere arte la sua stessa scomparsa, con una sorta di spoiler retroattivo. In cui i contenuti del suo secondo singolo hanno l’impatto emotivo ed il solenne passo del congedo che solo la versione di Johnny Cash di “Hurt” potrebbe comparare.

Riesci quindi ad immaginare un mondo senza David Bowie?

Me l’hanno domandato. E io l’ho chiesto persino al Windows media Player che, di tutta risposta, si è disinstallato da solo.bowie blog

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3 pensieri su “Tu riesci ad immaginare un mondo senza David Bowie?

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